“Pita”: il 19 marzo

marzo 19, 2018 0 Comments Editoriale 172 Views
“Pita”: il 19 marzo

Dal significato alla realtà, spesso un Oceano- di Claudia Izzo-

In un’epoca imbevuta di social e sovraffollata di immagini che durano frazioni di secondi in un susseguirsi di stimoli e desideri da creare, vorrei umilmente ricordare l’importanza delle parole. Oggi, di una in particolare: “padre”.

Padre, una parola abusatissima. Eppure la sua radice svela profondità oceaniche e assolutamente non comuni a tutti coloro che hanno contribuito alla nascita di un pargolo. La radice del termine deriva infatti dal sanscrito “pita” che nel tempo è divenuto “pa” e porta in sé il duplice significato di nutrimento e protezione.

Sembrerebbe banale, ma analizziamo.

Dalla stessa radice “pa” deriva il termine “pane”; padre è allora colui che nutre il figlio, colui che dà letteralmente da mangiare al figlio, con alimenti, per sostentarlo fisicamente e, da un punto di vista spirituale, è colui che nutre il figlio con amore e con esempi positivi.

E’ da questa stessa radice “pa” che derivano “pasto”, “pascere”, “pascolare”. Padre, dunque, è colui che protegge i suoi figli da ogni tipo di pericolo, esterno ed interno, padre è colui che è pronto a dare la sua vita per i suoi figli. Il termine padre, insomma, incarna l’essenza del Cristianesimo, pane dato dal Padre per nutrirci, salvarci, proteggerci dal male; tutto ciò era chiaro agli eletti, già venti secoli prima che il Cristianesimo si diffondesse, esplicato proprio grazie al significato profondo del termine sanscrito.

In questo giorno vorrei ricordare che sono stati chiamati così anche padri che hanno poi ucciso, violentato, disumanizzato, offeso i loro figli, con violenza e malvagità o con furbizia, oltre ai tanti che si fingono persino disoccupati per non versare gli “alimenti” ai figli, dopo il divorzio dalla madre di questi ultimi, quegli stessi alimenti di cui è pregno il termine “pita” .
Termine inflazionato, dunque, quello di padre, perché non basta rendersi coautore di una nascita per meritare la profondità che il termine stesso esprime.

Tanto per meditare.

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