23 maggio 1992 strage di Capaci: muore un magistrato, nasce un mito

maggio 23, 2018 0 Comments Editoriale 280 Views
23 maggio 1992 strage di Capaci: muore un magistrato, nasce un mito
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“Gli uomini passano, le idee restano”(Giovanni Falcone) -di Claudia Izzo-

“Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa dopo la tua morte” scrisse il magistrato Paolo Borsellino all’amico e collega di mille battaglie contro la Mafia, Giovanni Falcone: “Ci sono tante teste di minchia: teste di minchia che sognano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello…quelle che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero…ma oggi signori e signore davanti a voi, in questa bara di mogano costosissima, c’è il più testa di minchia di tutti…Uno che aveva sognato niente di meno di sconfiggere la mafia applicando la legge…”

E’ il 23 maggio 1992 ore 16,45. Giovanni Falcone, di ritorno dal fine settimana a Roma viene barbaramente assassinato. I movimenti del poliziotto Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone erano stati seguiti, passo passo, dal boss Raffaele Ganci. Giovanni Brusca, intanto, sicario incaricato da Totò Riina, ha materialmente azionato il telecomando  provocando l’esplosione di mille chili di tritolo sistemati all’interno di fustini, in un cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada.  Immane detonazione  ed una enorme voragine:  l’Italia apprende  attonita e  sgomenta l’accaduto.

Da allora sono passati 26 anni. Percorrendo il Km 5 sul  tratto autostradale A29, nel comune di Isole delle Femmine, in una assolata mattinata estiva non ho potuto esimermi dal chiudere istintivamente gli occhi in quel tratto, in quel punto in cui oggi campeggia una stele in ricordo. Si può solo immaginare  la tragedia del momento, la disperazione dei congiunti, la ferocia di una Mafia che divora tutto ciò che trova sul suo cammino. E sul suo cammino ha trovato un magistrato strappato alla vita ma non alla memoria insieme alla moglie Francesca Morvillo ed ai tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani. Si salvano, nell’ultima autovettura di scorta Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Angelo Corbo.

Giovanni Falcone è l’uomo che, ligio al dovere e  coraggiosamente, con i poteri conferitigli dalla sua professione di magistrato, ha messo in ginocchio la Mafia, scoperto legami e retroscene, comprendendo l’importanza dello sguardo d’insieme da porre sul fenomeno Mafia per coglierne appieno le sottili trame. A meno di due mesi di distanza la stessa sorte sarebbe toccata al giudice Paolo Borsellino ed alla sua scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina,  Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi,  Claudio Traina.

Oggi, come ogni 23 maggio, a Palermo ed in tutta Italia, si commemora l’anniversario di queste due stragi; la   manifestazione si svolge sotto l’alto patronato del presidente della Repubblica e con il patrocinio del Senato. Oltre 70.000 ragazze e ragazzi sono coinvolti oggi in tutta Italia nelle iniziative di #PalermoChiamaItalia promosse dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e dalla Fondazione Falcone. Iniziative che nel corso degli anni, a partire dal 2002, si sono arricchite di importanti contributi grazie agli accordi firmati con l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac), la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, il Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), consentendo di portare nelle scuole esperti e attività didattiche mirate alla diffusione della cultura del rispetto e della legalità. In questo giorno sono migliaia gli studenti  presenti nell’aula bunker dell’Ucciardone, luogo simbolo del maxiprocesso a Cosa Nostra, mentre, a Palermo, ci sono oltre mille ragazzi giunti con  la Nave della Legalità, salpata il pomeriggio di ieri dal porto di Civitavecchia, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Al momento della nascita del magistrato Falcone entrò nella stanza  una colomba dalla finestra aperta e tutti colsero un presagio di pace. Visse da ragazzo nello stesso quartiere, quello della Kalsa, di un altro grande magistrato, Paolo Borsellino, con cui si sarebbe ritrovato prima tra i banchi universitari, poi nella magistratura; stesso quartiere  di Tommaso Buscetta, futuro boss mafioso. Da piccolo amò l’opera di Dumas, “I tre Moschettieri” perchè ” insieme”, diceva, ” il bene può sempre battere il male” , lui che la Mafia l’ha messa in ginocchio per il bene dei palermitani, dei siciliani e degli italiani tutti.

Giovanni Falcone,  Paolo Borsellino, Giuseppe di Lello , Antonio Caponnetto subentrato a Chinnici ucciso il 29 luglio 1983, fecereo parte di quel “pool” che coordinò le indagini contro la Mafia sfruttando l’esperienza maturata da tutti e quello sguardo d’insieme sul fenomeno Mafia maturato da Falcone. Occuparsi dei processi di mafia a tempo pieno, condividendo informazioni e minimizzando i rischi personali, creando così una visione più ampia ed esaustiva: questo il progetto di  quattro amici con un grande sogno: “restituire la città ai palermitani e la sicilia ai siciliani onesti”.

Con il maxiprocesso di Palermo del 10 febbraio 1986 il pool antimafia  arrivò a 360 condanne per 2665 anni di carcere e unici miliardi e mezzo di lire da pagare. Nel 1998 con l’elezione di Meli da parte del Consiglio Superiore della Magistratura fu smantellato il  metodo di lavoro del pool, portando il tutto indietro di un decennio.

Fallito l’attentato dell’Addaura che aveva previsto nel giugno 1989 la morte del giudice Falcone presso la villa al mare affittata per le vacanze, ci fu l’arresto del funzionario SISDE Bruno Contrada, condannato in primo grado a dieci anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, sentenza confermata dalla Cassazione. Poi fu la volta della vicenda del “corvo”: una serie di lettere anonime, scritte da un magistrato stesso, da cui il termine “corvo” per la toga nera che  i magistrati indossano in udienza.  Le lettere, alcune composte su carta intestata della Criminalpol, diffamarono il giudice ed il pool stesso. Qui Falcone veniva descritto, infatti,  come colui che aveva pilotato il ritorno del pentito Totuccio Contorno al fine di sterminare i corleonesi.Le lettere descrivevano la morte di Falcone per opera dei Corleonesi che avrebbero organizzato l’attentato, poi fallito, come vendetta per il ritorno di Contorno.  La stagione dei veleni aveva preso il via con  collusioni politiche e tensioni da cui, ovviamente, la mafia trasse grande vantaggio, isolando sempre pià il giudice Falcone.

Sarà il magistrato Ilda Boccassini, che si farà trasferire a Caltanisetta per indagare sulla strage di Capaci,   a dichiarare rivolgendosi ai colleghi nell’aula magna del tribunale di Milano: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui, adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali».

Intanto la Fiat Croma, su cui viaggiava il giudice Falcone, chiusa in una teca di vetro, è collocata a Roma nel piazzale della Scuola di Formazione e di Aggiornamento del Personale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, proprietà del Ministero della Giustizia. Ne viene curato il restauro conservativo, per non dimenticare perchè ” Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini” ( Giovanni Falcone).

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