Le BCC dopo la Riforma: intervista al Direttore Antonio Marino

aprile 20, 2017 0 Comments Economia &lavoro 383 Views
Le BCC dopo la Riforma: intervista al Direttore Antonio Marino

La BCC di Aquara protagonista della Riforma 2016.

Antonio Marino, Direttore Generale BCC di Aquara, una vita dedicata al territorio, alla cooperazione ed alla comunità locale, princìpi costitutivi del credito cooperativo stesso. La BCC di Aquara vanta uno sviluppo prestigioso con l’apertura delle prime filiali  a Castel  San Lorenzo,  Roccadaspide, Capaccio -Paestum e poi Eboli, Oliveto Citra, apertura dello sportello presso la Caserma Militare di Persano, Capaccio -Capo di fiume poi trasferita a Battipaglia, Campagna, Salerno. Una realtà creditizia presente da Capaccio a Salerno senza interruzione, dalla Val Calore alla Piana del Sele.

– Direttore Marino, le BCC hanno più di cento anni, eppure non li dimostrano. Qual è il ruolo del credito cooperativo nell’attuale scenario economico finanziario?

Il Credito Cooperativo ha  un ruolo fondamentale  per le economie  legate alle  piccole imprese e alle famiglie. Non bisogna dimenticare che il tessuto economico dell’Italia si basa sulle piccole aziende e al Sud, in particolare, questo fenomeno è più accentuato. Una grande banca dovendo scegliere tra l’avere come cliente un meccanico di Roccadaspide o la FIAT, sceglierebbe sicuramente la Fiat, mentre noi sceglieremmo il meccanico.  E’ un esempio, chiaramente, per semplificare, ma è un esempio che rende bene l’idea”.

– Siamo di fronte ad una svolta epocale: la riforma del credito cooperativo prevede per le BCC l’obbligo di aderire ad un gruppo bancario che abbia come capogruppo una holding con capitale minimo non inferiore a un miliardo di euro, al fine di dare maggiore forza e maggiore solidità ad un sistema che mantiene tuttavia inalterato il modello delle BCC. E’ così?

“A mio modesto avviso, si è voluta dare una soluzione impiegando il capitale finanziario mentre il problema resta il capitale umano. Le BCC che hanno avuto qualche problema, non l’hanno avuto perché mancava il capitale, ma perché  è  mancata la sana e prudente gestione. La riforma, comunque, affida alla capogruppo anche il potere di dimissionare gli amministratori delle BCC, proprio per risolvere alla radice , ove dovesse necessitare,  il problema della sana e prudente gestione”.

– Nonostante nel nostro Paese si faccia da anni un gran parlare di riforme, sono veramente pochissime le ciambelle che “escono col buco”. Qual è il suo giudizio su questa riforma “riformata” dall’attuale classe politica dirigente? I rapporti con la capogruppo SpA possono rappresentare un pericolo per lo spirito cooperativistico a cui si affidano famiglie, risparmiatori e piccole imprese?

“Le BCC temono gli effetti di questa riforma che le riguarda. Temono il fatto che cederanno sicuramente parte della loro autonomia e non è detto che ne riceveranno benefici a prescindere. Ogni riforma cammina sulle gambe degli uomini. La riforma in sé è astratta, bisogna vedere in che modo colui che andrà a governare la Capogruppo saprà essere accorto e lungimirante, in modo da erogare migliori servizi alle BCC associate fino a renderle maggiormente competitive sul mercato. Ogni Governo che si è succeduto in Italia negli ultimi 15 anni ha magnificato, nei resoconti, le riforme che ha realizzato eppure l’Italia viaggia costantemente all’indietro. La Nazione è peggiorata. Ergo, le riforme hanno riformato male. Forse senza le riforme saremmo stati meglio all’insegna dello “stavamo meglio quando stavamo peggio”.

– Negli ultimi anni, le aziende italiane, e non da meno quelle creditizie, hanno ridimensionato il personale per resistere all’onda d’urto della crisi. Qual è la sua visione del problema “occupazione” in Italia, soprattutto al Sud? Quali ricette o suggerimenti darebbe al nostro legislatore?  

“La ricetta è molto semplice: la de-regolamentazione. In Italia vi sono troppe norme, troppa burocrazia che si traduce in un costo enorme per le imprese e quindi per l’occupazione. E’ sbagliato pensare di risolvere il problema occupazionale con il terziario, occorre puntare direttamente sul sistema produttivo. Inoltre, al Sud abbiamo qualche problema in più. La percezione di una illegalità diffusa, il mal funzionamento di tutto l’apparato pubblico, il mal funzionamento della sanità unitamente alla elevata pressione fiscale fanno sì che fare impresa al Sud sia ancora più problematico. Di conseguenza, se fare impresa è difficile, creare occupazione è ancora più improbabile. I giovani vanno via ed il tessuto economico e sociale si impoverisce ancora di più. L’Italia ha bisogno di una riforma semplice ma epocale: il merito. Solo così potremmo risalire la china. Diversamente, continueremo a stare su questo brutto piano inclinato che tutti i cittadini vedono ogni giorno, ma che tutti i politici si ostinano a non vedere…”

Sergio Del Vecchio

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