Cultura, Musei, Tar:parla il Prof. Nicola Spinosa, indimenticato soprintendente

maggio 26, 2017 0 Comments Attualità , Cultura , Sedimenti 1008 Views
Cultura, Musei, Tar:parla il Prof. Nicola Spinosa, indimenticato soprintendente
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“Non possiamo sempre campare di Miracoli”

“Quando nel 1984 sono stato nominato soprintendente per i beni artistici e storici della Campania trovai un buon numero di funzionari storici, un ridotto numero di funzionari amministrativi, pochissimi operai specializzati, e un numero insufficiente di custodi qualificati.”

A parlare è il Professor Nicola Spinosa, uno dei più grandi esperti di Storia dell’Arte, riconosciuto a livello internazionale, che Napoli ancora ricorda con rammarico. Con lui fu un momento di splendore della cultura e del movimento artistico, inteso in senso strettamente proprio. “In linea di massima, in quel periodo, si gestiva bene l’attività culturale per il discreto rapporto con le amministrazioni e il diverso modo di partecipazione del privato nella gestione del bene pubblico. Ma quello che mancava era un adeguato numero e soprattutto la professionalità del personale amministrativo e tecnico”.

Come soprintendente ha gestito ben sette musei napoletani, tutti legati per qualità patrimoniali e ancorati al territorio della città e delle aree circostanti, “poi le cose sono cambiate. Se prima avevamo una responsabilità sui musei e sui territori circostanti, dopo, con la creazione dei poli museali, ci si è staccati dalle aree geografiche intimamente collegate. Sono venuti meno i rapporti con le Chiese e con i Palazzi, ma anche la gestione stessa del paesaggio e dell’architettura. Una separazione che richiama quella in stile americano, ma lì è più comprensibile, i musei hanno acquisito opere straniere, moltissime europee, da noi è diverso. Qui c’è uno stretto legame con la storia del territorio e con il contesto paesaggistico”.

La recente riforma del Ministro Dario Franceschini ha ulteriormente inciso sulla questione: “Non è solo la riforma di Franceschini, è anche di Renzi. Con loro, i musei sono stati staccati definitivamente dal territorio e, in molti casi, accorpati in maniera confusa: quelli storici con quelli archeologici, sino ai piccoli antiquari. Alcuni, come gli Uffizi, Barberini, lo stesso Capodimonte, sono diventati autonomi. Ma è una strana autonomia, perché il personale dipende dal Ministero, e la gestione finanziaria è controllata dalla Corte dei Conti. Quindi, alla fine l’autonomia è solo legata alla figura del Direttore”.

L’intervento del Tar Lazio sulla procedura di nomina dei direttori e su quelli cosiddetti “stranieri” ha aperto seri dubbi non solo sulle modalità con cui si attuano le riforme, ma sulla trasparenza stessa: “I direttori stranieri vengono da esperienze gestionali diverse dalle nostre, e in più c’è un grande equivoco. Hanno tutti esperienze da curatori dei musei dai quali provengono, ma nessuno ha un passato da Direttore, che significa occuparsi del personale, della contabilità, delle questioni finanziarie. Esiste un consiglio di amministrazione, è vero, ma non ha alcun potere decisionale. Addirittura qualcuno viene da esperienze universitarie, che è una cosa ben diversa. E c’è un altro aspetto negativo, non tutti quelli chiamati hanno esperienza nel patrimonio artistico per cui sono chiamati. Prendiamo, per esempio, il Direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, lui è una grande, grandissimo esperto di storia medievale, specialmente tedesca; non si può dire, dunque, che abbia le competenze idonee per gestire quel museo, che è uno dei più importanti d’Italia”.

Il Prof. Spinosa non si addentra nei motivi che hanno portato il Tar ad annullare gli atti, “Non li conosco”, dice, “però se tutte le riforme sono fatte in questo modo c’è da preoccuparsi. Sono mezze riforme che non garantiscono efficienza, bisogna stare attenti. Il problema non è consentire o meno agli stranieri la partecipazione ai concorsi o la direzione, il problema è domandarsi: possibile che gli italiani non siano in grado di farlo? Voglio chiarire una cosa, non è vero che il direttore del Museo di Londra è italiano. Gabriele Finaldi è nato in Inghilterra, non in Italia, ecco perché non ha preso la direzione del Prado. Non c’è nessun italiano che diriga musei esteri, curatori sì, ma quella è un’altra cosa e c’è una bella differenza”.

Sottolineo che Bellenger è stato direttore in Francia, però: “Vero, ma di un piccolo museo. Per il resto ha esperienza da curatore, anche a Chicago. E poi non conosce il territorio napoletano, la nostra storia dell’arte, tanto che si è occupato più del Real Bosco che del museo vero e proprio. Si stanno facendo attività che non hanno alcun rapporto con le collezioni storiche che Capodimonte contiene, quella Farnese, quella d’Avalos, insomma legate alla storia italiana. Infatti, abbiamo visto un Vermeer che si trovava in un deposito americano perché malamente restaurato, due Van Gogh rubati, e ora Picasso, che però è stato spacchettato in due/tre sedi. Questa non è politica culturale, che invece va progettata con il museo che si dirige”.

Sotto la soprintendenza Spinosa a Napoli furono molte le mostre internazionali: La pittura napoletana da Caravaggio a Luca Giordano, I Farnese arte e collezionismo, Velàzquez a Capodimonte, Gauguin e la Bretagna. “Infatti si può fare una mostra altra, noi facemmo per esempio Tiziano a Capodimonte, ma perché nella collezione ci sono ben quindici dipinti suoi, quindi legavamo i rapporti. Così va tutto bene, si conosce il territorio ai fini della promozione culturale, che poi è civile. Ora, guardi che succede, arriva un Caravaggio e tutti corrono, magari non hanno mai visto Le sette opere di Misericordia o La flagellazione. Si corre solo dietro al numero, e non alla crescita. Si fa spettacolo. Sa perché il Brera di Milano funziona bene? Perché James Bradburne è stato direttore prima di Palazzo Strozzi a Firenze, ha quindi una grande esperienza alle spalle, conosce le problematiche del patrimonio e le esigenze del pubblico, che è anche quello dei turisti”.

Resta però il rammarico di questi anni stravolti dalla Giustizia: “Vede, magari il Consiglio di Stato darà ragione al Ministro, però non si può sempre ritenere che conti più la quantità della qualità, è chiaro che se facciamo un concerto rock in un museo lo riempiamo. Il problema è quanto le nostre iniziative culturali siano in grado di far aumentare sì i numeri, che sono importanti, ma parimenti la crescita culturale, che, ripeto, è crescita civile. Non possiamo sempre campare di miracoli, e invocare San Gennaro”.

Giorgio Coppola

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