L’area dell’antico “Orto Magno” dal Medioevo alla metà del XIX secolo

ottobre 17, 2018 0 Comments Culturaurbana 820 Views
L’area dell’antico “Orto Magno” dal Medioevo alla metà del XIX secolo
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Culturaurbana- di Daniele Magliano-

Nel centro storico di Salerno esiste un quartiere che, forse più degli altri, conserva un  fascino particolare dipeso non solo dalla presenza di elementi architettonici e storici di forte impatto visivo ma anche dalle storie e leggende legate a questa realtà :  l’Orto Magno.

Partendo da alcune antiche rappresentazioni di essa , dal Medioevo fino alla seconda metà del XIX secolo, si può tentare una descrizione di questa area del centro storico orientale della città. Si tratta  di una vasta superficie che si estende tra due corsi d’acqua : il Sant’Eremita e il Rafastia. E, di fatto, un pianoro, leggermente rialzato rispetto al circondario soprattutto lato est e nord. Nella sua parte a Mezzoggiorno sorse nel IX secolo d.c. il Convento di San Benedetto, ampliato poi dall’ Abate Alfano nel 1057.

C’è una vista  a volo d’uccello dal mare che rappresenta Salerno alla fine del XVI secolo realizzata dal monaco agostiniano Angelo Rocca, celebre bibliofilo, che descrive molto in dettaglio i palazzi, le chiese e le vie della città. In essa scorgiamo, nella sua parte sud-orientale, le mura volute da Arechi II che dalle “poteche” delle fiere, risalgono verso il Plaium Montis toccando il Convento di San Benedetto del quale è ben visibile le sua facciata principale con  l’oculo e, nella sua parte sinistra, il campanile demolito quasi del tutto agli inizi del XIX secolo.

Si evidenzia, inoltre, l’acquedotto medioevale risalente al IX secolo, che asserviva il Monastero principalmente per l’irrigazione dei campi posti a nord di esso.

La struttura inoltre risulta elemento molto interessante grazie a una serie di arcate che lo contraddistinguono e dove per la prima volta viene utilizzato l’arco ogivale.

L’antico acquedotto è detto anche “ Ponti del Diavolo” per via di una famosa leggenda salernitana che aveva come protagonista un certo Pietro Barliario. Altra interessante rappresentazione dell’area è quella del XVII secolo di Scipione Galiano “ Salerno assediata dai francesi”, anch’ essa a volo d’uccello e dove si scorge , anche in  questo caso il Monastero con il suo campanile, nella sua parte bassa, lato sud-est, si vede un baluardo poligonale, lo sperone, che proteggeva Porta Nova dal sud della città.

Il Monastero  è ben rappresentato anche nel 1763 da una tavola firmata Thomas  Salmon. Intanto una parte dell’area conventuale, quella che coincide adesso con l’attuale Museo Provinciale, divenne agli inizi del ‘400 sede del Real “ Castelnuovo” dove dimorò la regina Margherita di Durazzo e di cui rimane una traccia quella dell’elegante loggiato ancora ben visibile. E’ proprio di questo periodo una ulteriore leggenda salernitana, di età angioina, legata a una vecchia fontana che è nei pressi del Castelnuovo e che attorno ad essa si consumò l’amore tra la bella Antonella, ancella della regina, e il valoroso guerriero Raimondo.

Fino agli inizi del XIX secolo il quadriportico del Monastero resiste inglobato all’interno di abitazioni che lo preservano come ben si attesta nella planimetria pubblicata dal De Felice in “ Apollo 1963-64 ” del 1810, conservata nell’ Archivio di Stato di Napoli, essa rappresenta lo stato urbanistico del luogo dove una legenda evidenzia con la lettera “b” il cortile  parte integrante del medioevale quadriportico, con la lettera “g” la chiesa ( del Crocifisso) con la “h” il campanile ecc. Tutto l’edificio sacro è già da tre anni, quindi dal 1807, soppresso ( siamo  nel decennio francese ) e adibito a caserma militare.

La chiesa intanto divenne, sempre in quel periodo, Teatro San Gioacchino e tra il 1815 e il 1845 “ Real Teatro di San Matteo”.

Nel 1816 venne realizzata la strada di Via San Benedetto con il conseguente taglio dell’antico quadriportico di cui ne rimangono tracce ( archi a tutto sesto poggianti su colonne con capitelli corinzi del XI secolo) nella parte orientale e nel bordo meridionale, inglobato all’interno del Museo Provinciale ( simile al quadriportico della vicina Cattedrale ma priva di decorazioni a tarsia). Solo nel 1857 la chiesa fu ripristinata, ma solo per qualche anno, mentre il resto del Monastero rimase presidio militare.

Il Ministero della Difesa solo nel 1963 restituirà alla chiesa il sacro luogo benedettino. Di particolare interesse è una rappresentazione della zona realizzata dall’architetto Francesco Saverio Malpica nel 1862 dove si può notare l’area descritta molto bene come, ad esempio,  la strada (Largo di San Benedetto ), l’attuale Museo Provinciale sede, in quel periodo, del Seminario Diocesano, la chiesa di San Bendetto descritta come chiesa del Crocefisso, tutto il pianoro dell’Orto Magno con i terreni posti a nord dell’ex Monastero ormai suddivisi tra le famiglie Pacifico, Capone e Granozio.Ad ovest di San Benedetto, si nota la vecchia chiesetta di San Martino ( attuale chiesa di Sant’Apollonia) e, più in la’, il Monastero di San Michele con i suoi giardini posti a nord. Infine nella parte est dell’Orto Magno è ben visibile l’acquedotto medioevale la cui acqua asserviva le terre benedettine, con la realizzazione di invasi  ancora presenti in quel periodo.

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